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sabato 23 maggio 2009

il sacrificio degli eroi


Speravo in qualche parola di commosso ricordo da parte del presidente del Consiglio attualmente in carica per ricordare la tragica fine (avvenuta quel 23 maggio di 17 anni fa) di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinari. Invece nulla, come da prassi. Mi sarei meravigliato del contrario. Diciassette anni fa e sembra un secolo. Il tritolo sull'autostrada prima dello svincolo di Capaci ha segnato un'epoca, è stato uno spartiacque nella storia repubblicana del nostro Paese, una ferita indelebile nella memoria democratica. Quella strage ha rappresentato una tappa fondamentale per lo smantellamento della cosiddetta Prima Repubblica ed ha rilanciato una nuova stagione stragista di Cosa Nostra. Mancano ancora tanti particolari per una lettura compiuta di quella vicenda (vi consiglio comunque questo speciale de La Storia siamo noi, http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/giovanni-falcone/620/default.aspxper una interpretazione definitiva di quei mesi di sangue e accordi, di trasversalismi inquietanti tra apparati dello Stato e mediatori mafiosi, tra la politica e gli emissari della criminalità. Mancano ancora particolari per definire il ruolo di Vito Ciancimino e del generale Mario Mori, per analizzare il contrasto di strategia tra Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Le inchieste giudiziarie e le analisi storiche hanno svelato parzialmente gli interessi che scorrevano sottotraccia: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo sono state vittime di un gioco golpista che mirava esplicitamente al cuore del Paese, carne da macello di una stagione transitoria proiettata alla definizione dei nuovi assetti di potere. L'apoteosi della spettacolarità criminale di Cosa nostra è stata un pezzo di un mosaico complesso che, per dirla con Giancarlo De Cataldo, ambiva a consegnare l'Italia nelle mani giuste, tra le braccia di chi avrebbe potuto garantire la nuova geografia del potere. La stagione stragista era iniziata un paio di mesi prima, quando la mafia uccise Salvo Lima, il referente della corrente andreottiana in Sicilia, l'uomo forte della politica isolana, l'ufficiale di collegamento tra la Democrazia Cristiana e le esigenze delle famiglie palermitane. Quell'omicidio ha segnato, simbolicamente, la fine di un legame politico e la ricerca formale di nuovi interlocutori. Non sarebbe possibile un'interpretazione accurata degli elementi genetici della cosiddetta Seconda Repubblica senza una capacità di analisi degli assetti di potere precedenti e successivi alla strage di Capaci: il declino e la morte del Partito-Stato e del Pentapartito; la stagione di Tangentopoli e il ruolo costituente della magistratura inquirente; l'avvento del Pifferaio di Arcore e di Dell'Utri; l'accelerazione uninominale e maggioritaria del sistema politico italiano. A fianco di questi eventi si è sviluppato un nuovo protagonismo politico caratterizzato da un'etica anti-mafiosa, da una grande smania di cambiamento che ha portato alla nascita di una nuova speranza territoriale, la stagione dei sindaci progressisti. Ancora una volta un grande mistero stragista, verificatosi in Sicilia, ha cambiato il corso della storia italiana: da Portella della Ginestra a Capaci, i passaggi epocali del Paese vengono sanciti in un accordo tra il potere ufficiale e il potere criminale, che culmina nella mattanza degli innocenti. Dopo diciassette anni, la transizione italiana sembra compiuta e la potenza economica delle organizzazioni criminali è impermeabile, inossidabile perfino all'offensiva delle forze dell'ordine e della magistratura che, negli ultimi anni, hanno smantellato un pezzo importante della struttura militare di Cosa nostra e hanno arrestato esponenti di primo piano della Cupola. La mafia è ancora forte, ha una presenza territoriale capillare, un gruppo dirigente giovane e spietato, una ramificazione articolata negli apparati pubblici, nella politica, nella borghesia dei circoli e dei salotti palermitani e nei quartieri popolari dove ancora si può comprare il voto con poche decina di euro. La mafia non ha cambiato pelle, ha cambiato tattica. La sua strategia si muove tra gli abissi invisibili e si ripresenta, in modo carsico, nella gestione del potere. Ancora oggi la questione morale e la lotta alla mafia sono due temi che ripropongono interrogativi difficili alla politica che troppo spesso, nel migliore dei casi, ha relegato al compito della magistratura il ruolo di contrasto alla criminalità organizzata. La politica e la sinistra hanno una ragione di esistere solo se sono in grado di riconnettere le lotte sociali con la questione democratica, proprio nel momento in cui la crisi e la torsione autoritaria di questo Paese sono, ancora una volta, il terreno più fertile per le strategie mafiose. Giovanni Falcone aveva chiaro questo punto. Diciassette anni fa, ieri.

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